Pubblicato da: brigantedelsud | gennaio 11, 2011

Il fallimento dei Partiti, la rivincita delle liste civiche.

Il fallimento dei partiti

I piemontesi vollero distruggere il mito di Gaeta in tanti modi; ce l’han messa proprio tutta sia abolendo uffici istituzionali e sia spezzettandola. Gaeta, fino al 13 febbraio del 1861 era capoluogo di Circondario; appena dopo l’assedio del 1860-61 si pensò a smantellare la piazzaforte per farla diventare luogo di pena (il famoso carcere di Gaeta). In Gaeta vi erano al 1861 i seguenti uffici: due rappresentanze di Stati esteri (quelle della Francia e della Gran Bretagna); il Comando Militare della fortezza e del Distretto, comando di circondario marittimo; due camere di assicurazione marittima; ufficio postale di prima classe; ispettorato di distretto e luogotenenza delle Dogane e Gabelle; dogana principale; fondaco con ricevitoria delle privative; ricevitoria del registro; agenzia delle tasse dirette e del catasto; ispettorato di circondario delle scuole primarie; pretura dipendente dal tribunale civile e correzionale di Cassino; delegazione di pubblica sicurezza; verifica dei pesi e delle misure; ufficio telegrafico di terza classe; ufficio di sanità marittima consorzio agrario circondariale.Quasi tutti questi uffici oggi non sono più. La città perse la sua importanza, sia militare che civile. Un decreto Reale del 18 febbraio del 1897 stabiliva che dal 1° aprile del 1897 la frazione Borgo di Gaeta (quella fuori le mura) veniva separata dal comune di Gaeta e costituita in comune autonomo con il nome di Elena (la principessa del Montenegro e poi regina d’Italia), naturalmente per richiesta delle amministrazioni liberali di quei tempi e ciò comportò solo divisioni e spaccature, litigi tra le due amministrazioni sui confini territoriali; furono riunificate il 17 febbraio del 1927 (R.D. Legge n. 215) col quale appunto veniva soppresso il comune di Elena che veniva aggregato alla sezione Sant’Erasmo. Gaeta man mano perse la sua funzione strategica e storica come perse i vari uffici pubblici, civili e militari dovuti alla soppressione dei Circondari voluta dal Regime savoiardo e fascista che accentrava anche l’aria e così la città passava dalla giurisdizione della soppressa provincia di Caserta (R.D. Legge 2 gennaio 1927) a quella di Roma, dopo una brevissima aggregazione all’istituenda provincia di Frosinone (prima anch’essa Terra di Lavoro, come Gaeta d’altronde); infine alla nuova provincia di Littoria, oggi Latina il 18 dicembre del 1934. “Da 150 anni, i partiti di destra e di sinistra hanno smantellato il nostro sistema, la nostra economia. Nel 1861 i nostri armatori possedevano ben 300 navi che solcavano i mari di tutto il mondo e dacvano lavoro ad oltre duemila marinai che si imbarcavano anche su 64 paranze, martegane e lampare; i cantieri navali occupavano 2000 operai tra falegnami,stipettai, velai, bozzellai, maestri d’ascia,operai, garzoni.2000 contadini zappavano le terre di proprietà, demaniali, civiche o eccelesiastiche. Molti conventi erano fonte di lavoro e di guadagni, le norie di Serapo irrigavano gli orti millenari che arricchivano la città.In 150 anni, i partiti di destra, di centro e di sinistra ce l’han messa tutta per distruggere quella economia che rendeva ricca e prospera la nostra città.Nel 1861 il Tesoro italiano era formato da 668 milioni di lire,443 appartenevano al Regno delle Due Sicilie. I due terzi della ricchezza nazionale apparteneva al sud. Avevamo 1.600.000 operai addetti nell’Industria contro il 1.100.000 del centro nord; gli addetti all’agricoltura nel sud erano tre 3.100.000 contro i 5 milioni del centro nord; gli addetti al commercio erano 300 mila nel Sud e 300 mila nel centro nord. Nel sud vi erano gruppi industriali a levello europeo ( famosi i complessi siderurgici di Mongiana in Calabria e quello di Pietrarsa nei pressi di Napoli, che davano lavoro a migliai di operai, come famose erano le indistrie tessili, del vetro, dei metalli preziosi, di precisione, delle pelli, le cartiere del frusinate. Molti erano i gruppi assicurativi nelle cui casse vi erano depositati milioni di ducati. Le banche erano il vanto del Sud, preservavano i risparmi dei meridionali.In 150 anni,il Partito Liberale di Cavour prima, il partito socialista dopo, e il fascismo durante il ventennio, hanno massacrato l’economia meridionale. Tutto l’apparato industriale è stato trasferito al centro nord, tutte le compagnie assicurative del Sud sono state fatte fallire, e così quelle bancarie.Quella che chiamano economia italiana è solo tosco-padana.Il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia sono stati accorpati al San Paolo IMi di Torino e all’Unicredit di Milano. Il Sud è diventato una colonia economica. Il regime savoiardo massacrò un milione di meridionali, fece emigrare 25 milioni di nostri corregionali in 83 ani di regno. Nel dopoguerra è continuata la colonizzazione a tutto spiano. La grossa distribuzione ha messo le mani sul Sud, vediamo solo supermercati Coop, Conad, Todis dell’Emila Rossa; Panorama, Rinascente, Upim, Auchan, Outlet vari dei galli-cisalpini Lumbard, veneto-piemontesi-francesi. Tutto è nelle loro mani. In Sicilia pagano 10 centesimi di euro un kg di farina ai contadini, le arance sono fgatte macerare mentre si vendono in quei supermercati quelle spagnole, israeliane, o cilene. Un pacchetto di caramelle costa quanto 10 kg di farina.I partiti di destra e di sinistra hanno voluto lo sfascio del Sud e dal sud se ne devono andare. Gaeta, nel 2007 punì i partiti che determinarono los fascio della città, furono mandati all’opposizione dal popolo. La stessa cosa avvenne due anni fa ad Aprilia, che di abitanti ne ha 90 mila, e l’annos corso toccò a Minturno. La gente, dei partiti, non ne può più. Gaeta era ferma da 40 anni; strade in stato di guerra, marciapiedi che sembravano colpiti dalle bombe dell’ultimo conflitto mondiale, strade piene di buchi, ville e villette che erano uno pianto, un bilancio comunale che era un colabrodo. Qualcuno si è permesso di dire che le liste civiche sono state un fallimento. In tre anni e mezzo abbiamo messo le mani sull’Avir, i cui indirizzi sono stati approvati un anno fa, apettiamo solo il progetto della Proprietà; abbiamo ottenuto da Marrazzo, civico anche lui, 26 milioni di euro per la ferrovia Formia gaeta,che la giunta di destra della regione ha fatto sparire. Non si sa che fine hanno fatto. La Polverini ci voleva chiudere anche l’Ospedale, e solo l’azione del sindaco e della sua giunta ha potuto salvare il nosocomio gaetano. Due scioperi hanno portato in pazza la città intera. La sanità in provincia di Latina, con il Governatore Marrazzo ha raggiunto il pareggio economico, Noi abbiamo già pagato. La Polverini potrebbe chiudere il San Camillo che produce 150 milioni di euro di deficit, non si azzardasse a chiudere il nostro ospedale,la sua giunta è morta sul nascere, non ha prodotto niente in un anno di vita. La giunta civica ha portato alla città la Caserma Sant’Angelo, la Casina Rossa, la palazzina degli ufficiali, la villa borbonica, la chiesa di San Michele. La giunta civica ha portato 5 milioni di euro alla IPAB dell’Annunziata, tre milioni di euro per la Cattedrale che la giunta precedente aveva regalato alla Curia, 240 mila euro per la chiesa dell’Annunziata, 190 mila euro per la chiesa della Sorresca, 350 mila euro per la Chiesa di Santa Lucia, 1.900.000 euro per Via Bologna e via Fontania, che sono senza marciapiedi dalla nascita, e i cui lavori dovrebbero iniziare a marzo-aprile. Inoltre abbiamo ottenuto , sempre dalla Giunta Marrazzo,300 mila euro per la illuminazione dei beni storico-demaniali, fondi che mai erano stati utilizzati dalle precedenti giunte di destra e di sinitra, e altri 200 mila euro per ristruttutare i beni della mafia, che questa giunta ha acquisito e accorpato ai beni comunali. I partiti di destra e di sinistra hanno arrecato solo danni al sud e alla nostra città. Da 20 anni non si costruicono case, destra e sinistra avevano sbaragliato i piani edilizi del Commissario Reppucci, noi li stiamo portando avanti. Fra qualche tempo saranno consegnate le prime case del C2 Ruaniello, al massimo fra un paio di mesi cominceranno i lavori sul B5 e su C2 Murotorto.Questa giunta ha portato a termine lavori pubblici imnportanti che non si facevano dal tempo dell’amministrazione Corbo; basta ricordare la villetta di Monte Tortone, quella di via degli Eucalipti, di Piazza Tonti, Piazza Trieste,Villa delle Sirene e soprattuto quella di Serapo, un vero gioiello per la città e per il bar Avalon.Inoltre abbiamo sistemato il secondo, terzo e quarto piano del palazzo comunale,scala per disabili del Comine; eliminazione pericolo dei soffitti della scuola media Carducci, messa a norma e sistemazione del seminterrato e della Palestra dello stesso edificio. Pubblica illuminazione in Gaeta Medievale, in piazza XIX Maggio, dell’alberato di Montesecco, della villa comunale di Monte Tortona con i giochi per i bambini; sistemazionedell’impianto di riscaldamento della Principe Amedeo, porte e bagnio della stessa;completamento aiuole e coperture esterne del Tribunale; sistemazione dei marciapiedi del lungomare caboto fatti eseguire da Acualatina e dall’autorità Portuale, dal Belvedere Conca alla Piaia, quelli dirimpetto l’ufficio Postale, e la Nato;i marciapiedi del lungomare Caboto lato mare, dal chisco di villa delle sirene alla Base Nautica Flavio Gioia; Pavimentazione villetta di via annunziata,marciapiede di Via Bausan, Di parte di Via Europa,da via Atratina al Sidis, di, Via Firenze, di Viale napoli, di Via Cesare Battisti, Via Cagliari, Via Garibaldi da via Itri a via Madonnella lato stazione, di Via Mazzini, Via san Nilo, quelli di Villa delle Sirene,quelli di confine della villa di Serapo, di via Diaz, Via Piave, via cadorna, via Veneto, quello di piazza della libertà, i vicoli 13 e 21 in corso d’opera.Chiusura delle cunette di via SantAgostino. Bitumazionedel Lungomare Caboto,Via Bologna, Corso Italia,via Diaz, via Torino,Via Angioina,Via Aragonese, Via Monte Amiata,Piazzale di Via dei Frassini,Via di Colle Sant’Agata,Piazzale Il Piano;prima e seconda traversa San Carlo, Via Milano,Via Torino,Via Madonnelle,Via Sermoneta,Via Garibaldi, Via Itri,Via papa Giovanni,treversa Monte Trotona, parallela Lung Caboto cava d’Urso, traversa di Via delle Vignole,prima e seconda traversa Calegna, Parco Skeibord,parallela L. Caboto a san Carlo. Queste cose sono state attuate da una giunta civica onesta. Gaeta è stata cinta d’assedio non solo nel 1860, ma dai politici di destra e di sinistra voluti dai partiti. Sperloga ha il presidente dellA provincia, Fromia ha un assessore regionale e il presidente della giunta Provinciale ( filglio e padre); Fondi ha il Senatore Fazzone, Minturno ha un deputato ( Gianfranco Conte) al parlamento nazionale e un deputato alla Regione Lazio. Diciamo ai pidiellini, ma chi conduce questi partiti? Chi sceglie i candidati per le elezioni politiche, regionali e provinciali? Sono o non sono gli stessi partiti? Gaeta è una città libera, non dipende da Fondi, nè da Formia, nè da Minturno e nè da Sperlonga. Noi ci accontentiamo del miglior sindaco della provincia di Latina, il dott. Antonio Raimondi. Dio ce lo ha mandato, ce lo teniamo, in attesa di un lancio verso mete più consone al suo valore culturale e politico, aspettando la rivalsa del partito del Sud, il cui presidente Antonio Ciano,ha inaugurato la centesima sezione in Italia. Un partito nato a Gaeta nel 2001.L’unico che rappresebnta gli interessi del Sud. IL fallimento dei partiti di destra e di sinistra è sotto gli occhi di tutti, spappolati al loro interno pwer sete di potere, soggetti a bagasce e malversatori. Las Casta risorimentale sta mietendo le sue vittime.
Partito del Sud di Gaeta

Pubblicato da: brigantedelsud | dicembre 19, 2010

Una Piazza a Don Cosimino Fronzuto

Con Delibera 144 del 31 /05/ 2010 la giunta Comunale di gaeta ha intitolato il Largo antistante la Sala “Papa Giovanni XXIII ” a Don Cosimino Fronzuto, dopo che la pratica è passata dalla commisisone per la Toponomastica presieduta dal Cap. Antonio Ciano. Oggi, 19 dicembre 2010 una targa è stata inaugurata dal Sindaco di Gaeta Dott. Antonio Raimondo alla resenza dell’Arcivescovo di Gaeta Don Farbio d’Onorio

Gaeta 16 dicembre 2010 – Domenica 19 dicembre, si svolger a Gaeta la cerimonia d’intitolazione di un Largo alla memoria di Don Cosimino Fronzuto. Alle ore 10, presso la Chiesa di San Paolo, si terr una celebrazione eucaristica presieduta da Mons. Fabio Bernardo D’Onorio, e da un folto Pubblico. Alle ore dieci c’è stata la santa messa celebrata dall’arcivescovo di Gaeta dopo di che c’è stata la cerimonia d’intitolazione da parte del Comune di Gaeta, alla presenza del Sindaco Antonio Raimondi.

L’iter burocratico prese il via nel novembre del 2009 quando il comitato “Giovani Don Cosimino” consegna la richiesta di intitolazione del Largo alla memoria di Don Cosimino Fronzuto, parroco di San Paolo Ap. dal 1968 al 1989 . La documentazione raccolta, che ha visto l’adesione di tanti cittadini di Gaeta e non solo, era stata ufficialmente consegnata al Sindaco di Gaeta, Antonio Raimondi ed alla Commissione Toponomastica dello stesso Comune.

In occasione del ventennale del ritorno alla casa del padre di Don Cosimino, i “suoi” ragazzi, con il fondamentale sostegno di Don Stefano Castaldi, Parroco di San Paolo Ap., sono stati i promotori di queste iniziativa in segno di gratitudine per quanto fatto dall’amato e mai dimenticato sacerdote diocesano che nell’adesione alla spiritualit del Movimento dei Focolari, ha trovato uno strumento importante per crescere nella sua vocazione battesimale e sacerdotale. Adesso, nel ringraziare quanti hanno contribuito con la propria firma alla petizione popolare e la celerit dell’Amministrazione Comunale di Gaeta che ha dato seguito con atti ufficiali alla richiesta approvando il progetto, domenica 19 dicembre il Sindaco di Gaeta intitoler a Don Cosimino Fronzuto, il largo adiacente la sua amata parrocchia di San Paolo.

Don Cosimino fronzuto Nasce a Gaeta il 5 settembre 1939, da una famiglia di fede profonda. Ordinato sacerdote nel 1963, vice rettore nel seminario diocesano, assistente di Azione cattolica e, dal 1967 al 1989, parroco nella parrocchia di San Paolo fino alla morte.

L’incontro con la spiritualit dei Focolari la scoperta della vita che si sprigiona dalla Parola vissuta. Da allora, instancabilmente e con grande concretezza e originalit, diventa testimone di amore evangelico e unit per la comunit parrocchiale, la diocesi e la realt sacerdotale del movimento.

Testimonianza che tocca il suo culmine durante la malattia che, in pochi mesi, lo consuma rapidamente. Il suo stile pieno d’attenzione verso tutti, in particolare gli ultimi, modella una comunit che puntando solo a vivere il Vangelo dell’amore, si fa segno e profezia per la Chiesa e la societ.

Ges morto a 33 anni: io perch non dovrei morire a 49-50? Ges ha potuto dire: Tutto compiuto….

Ultima tappa, in salita di Francesco Cardinali – 1991

Tanti nostri lettori ricordano con ammirazione e gratitudine don Cosimino Fronzuto, quel piccolo prete che li riceveva con tanta cordialit nella sua parrocchia per farli riposare approfittando del clima mite e del bel mare di Gaeta (Italia). Sono in tanti che vi andavano volentieri anche per arricchirsi a contatto sia del gruppo dei sacerdoti focolarini del posto, sia della comunit parrocchiale particolarmente viva. Nel 1974-75 la salute di don Cosimino dette i primi segni di cedimento, ma la grande prova si manifest nel settembre dell’87 quando apparvero i sintomi di un tumore che, attraverso un crudo e lento disfacimento fisico, lo avrebbe accompagnato per due anni.

Egli far di questo evento doloroso un’autentica ascesa spirituale. Ora, a due anni dalla sua scomparsa, abbiamo pensato di fare cosa gradita riportando una parte dell’ultimo capitolo della sua biografia scritta da Francesco Cardinali ed edita da Citt Nuova.

Alla vigilia del ricovero in ospedale don Cosimino scrive:

O tutto un fantasma, o mettermi nella sola logica possibile: pronto a divenire col corpo eucarestia della terra, del creato (3/10/88).

E’ la prima nota del diario ultimo che ci ha lasciato; del diario riporteremo con esattezza il testo, anche perch ricco di contenuto spirituale. E’ scritto per intero a Milano.

All’ospedale di S. Raffaele sottoposto ad una visita attenta, a seguito della quale la cartella clinica riporta il referto.

Don Cosimino, successivamente, informato di tutto, e scrive nel diario:

Dal colloquio col Prof. Di Carlo ho capito ancora di pi che la mia situazione grave con prospettive terapeutiche lunghe e dolorose e poi con la morte forse (6/10/88).

Seguono due giorni di riflessione, durante i quali ha modo di conoscere a fondo il suo stato e di orientarsi spiritualmente verso la fine della sua giornata terrena. Non teme perb: anzi compie, per cos dire, uno scatto spirituale, con tutto il suo essere. Si pone subito nella posizione del modello divino sulla croce: del consummatum est. Si scopre cos a quale maturit spirituale lo ha condotto il carisma dell’unit. Scrive:

Ges morto a 33 anni: io perch non dovrei morire a 49-50? Ges ha potuto dire: Tutto compiuto. Vuol dire che anch’io dovrei poterlo dire in quel momento. Ges dice “compiuto” mentre tutto in rotta intorno a lui; eppure lo dice. Perch penso ai tanti progetti…? Tutto rester anche per me “compiuto”…, se rester come Ges nel disegno del Padre (8/10/88).

Tutto quanto scrive frutto e logica conseguenza, per lui, dell’unit vissuta e maturata nell’arco di venticinque anni, di cui parte nell’ambito del focolare sacerdotale. Ne sa qualcosa chi ne ha fatto esperienza.

Don Cosimino ce ne d testimonianza quando annota (dopo un momento di unit con un altro sacerdote focolarino):

E’ proprio vero. Quando c’ l’amore perfetto, c’ Ges in mezzo, e quando c’ Ges in mezzo, il fratello ha tutti i volti dell’amore: fraterno, paterno, nuziale, amicale… e il cuore batte forte (10/10/88).

Cerco ancora e sempre di amare

Ci d una lezione di ascetica cristiana nell’incontro dell’anima con la gioia divina, spesso paragonata ad una fonte di acqua viva: l’acqua di cui parla Ges nel colloquio con la Samaritana:

Entrando in cappella e guardando l’acquasantiera-battistero, alimentata da una cascatella di acqua continua, mi venuto da pensare: un’immagine dell’anima che risponde bene alla grazia divina: tanto riceve e tanto d senza calare di livello e senza perdere di purezza e trasparenza. La quantit dell’acqua dipende dal livello del foro di uscita. Se questo stesse gi poca acqua si raccoglierebbe, se questo sta su verso il bordo, allora forma una vera fonte ricca d’acqua e bella, con la sua profondit. Bisogna tenersi su sempre in Dio per poter essere Lui (raccogliendo il massimo del divino) e per poterlo offrire agli occhi, oltre che alla sete dei fratelli. Cos in focolare, in parrocchia, nella vita e oggi qui in ospedale (12/10/88).

E in un’altra occasione gli fiorisce spontanea nel cuore una preghiera:

La condizione in cui sono mi produce un continuo fastidio, ma cerco ancora e sempre di amare… Alcuni giorni fa, in un momento di difficolt, dopo aver ridichiarato il mio s al Signore, gli ho chiesto di non togliermi l’amore. Toglimi tutto, ma questo no. Questa preghiera mi ha dato molta forza.

Tutti coloro che gli sono pi vicini hanno voluto che facesse un consulto molto accurato a Milano, ma ormai non c’era proprio nulla da fare. Di ritorno a Gaeta egli annota nel diario:

Ho una visione abbastanza completa della mia situazione… Non c’ nulla o quasi nulla da fare: solo qualche terapia tampone. Per il resto valgono le parole del medico: E’ il suo orto del Getsemani e il calice non passa. La crudezza della rivelazione era temperata dalla bellezza della citazione. Buio e luce insieme. L’ha detta con fede, l’ho raccolta con amore e gioiosa sorpresa: ho sentito Ges in mezzo con lui in quel momento. Gli ho anche chiesto del tempo ancora a disposizione, se le cose continuano ad andare avanti cos: alcuni mesi, un anno forse… (20/10/88).

Devo entrare in altri campi

Poi un momento di particolare luce gli inonda l’anima:

Guardavo oltre la finestra. Un pensiero dolcissimo… : in cielo vedr tanti santi e mariapoliti celesti; in particolare Marilen che ha sofferto tanto prima del suo passaggio. E poi tutto: Ges risorto, Maria… tutto. Anche dal purgatorio gi li vedrei…

Costretto alla pi completa inattivit, cerca di capirne il segreto e scrive:

Mi sembra a volte di aver esaurito la mia missione sulla terra e adempiuta la mia vocazione…

Cio mi sembra che, esauriti i campi precedenti, devo entrare in altri campi, quali l’inazione pi totale, la distruzione dell’umano, perch io anzitutto e poi forse altri tocchino con mano il cuore del vangelo, il segreto di Cristo e della redenzione, la verit profonda della vita pastorale…

L’amore di Dio su un’anima assimilante. Ci che avviene sul piano dello spirito deve avvenire anche su quello della carne. Cio la persona totale deve essere assimilata a Ges. Allora Dio lavora, lavora. I mezzi usati sono – come dice Chiara Lubich ed io lo sperimento – dolore e amore. Anche la carne di Ges stata soggetta a questo trattamento. Logica poi la risurrezione e l’ascensione. In altre parole Dio vuole glorificarci tutti, e il suo lavoro consiste in quello che gi osserviamo in Ges: oscuramento, tentazione, agonia, morte e, prima della morte, l’abbandono del Padre…

Quando soffro, quando soffriamo, Ges soffre in noi, Ges in noi soffre contemporaneamente e congiuntamente per l’inscindibilit della sua unit con noi per via della redenzione e della “incarnazione” in atto in ciascuno di noi, del nostro divenire Cristo. Allora vera una cosa: si soffre in due, si ama in due, si muore in due (o meglio, si spira in due l’ultimo atto d’amore possibile sulla terra). Lui solo era solo nel far questo. Noi abbiamo lui in noi, con noi, per noi…

E Maria che fa? Maria fa la desolata sotto la croce: fa da madre che offre il figlio, me figlio, me-Ges, e si prepara ad allargare ancora la sua maternit per via della nostra morte-dono… (24/10/88)

La verit profonda della vita pastorale

Mentre don Cosimino saliva il suo calvario la vita in parrocchia non solo non calava di tono, ma le persone sembravano prendere ancor pi coscienza dei tesori che egli vi aveva seminato in quegli anni e tutti pregavano invocando il miracolo della guarigione. Don Cosimino lo sapeva, ma voleva che su di lui si adempisse solo la volont di Dio:

Ges solo sa se sono pi utile restando qui o trasferito nell’altra vita. Io credo a quello che sceglier. Come meglio per me e per la gente. L’amore che ho per lui mi fa volere con tutto il cuore e tutta la mente quello che lui vorr (4/11/88).

In occasione della Pasqua dell’89 i parrocchiani gli indirizzarono tante lettere che testimoniano non solo l’affetto verso di lui, ma soprattutto il lavoro di Dio nelle loro anime. Ne citiamo solo una:

Pasqua ’89

Vedendo ora la bellissima realt che c’ a San Paolo, si avverte che tutto “inzuppato” di divino: persone e rapporti. E si capisce perch. Ora, poi, stai dando ancora di pi. E si sente. Non so come esprimerlo: la gente diversa, si vede che sta facendo una preziosa esperienza di Dio. La messa della notte di Pasqua stata per me, veramente, un incontro con Ges risorto: l’atmosfera era altissima e il divino era palpabile. Grazie per averci amato in modo disinteressato…

Un incontro a tu per tu

Ma forse il frutto pi bello, che gli diede tanta gioia in questo periodo fu la visita del Papa a Gaeta il 25 giugno ’89, appena dieci giorni prima della sua morte.

In questa occasione il vescovo diocesano, Mons. Vincenzo Maria Farano, volle che don Cosimino si incontrasse col Papa, mentre questi faceva una breve visita alla cappella dell’Annunziata sul lungomare, famosa per l’immagine della Madonna davanti a cui era sostato in preghiera Pio I prima di proclamare il dogma dell’Immacolata. Il Papa era stato informato che, nella piccola sacrestia antistante la cappella, c’era in una carrozzella un sacerdote focolarino col volto emaciato ma raggiante, prossimo alla fine, stimato ed amato da tutta la citt perch aveva donato Dio a tante anime, costruendo dappertutto rapporti di unit.

Don Cosimino ha raccontato cos quest’incontro:

26/6/89

Il papa appena entrato ha fissato i suoi occhi dolcissimi nei miei ed io i miei occhi nei suoi. Gli ho detto: Santit, sono un sacerdote focolarino e le porto i saluti di Chiara Lubich e di tutto il Movimento. Sono venuto qui per farle un dono, il dono della mia malattia, perch ne disponga per le opere di Vostra Santit e per i bisogni della Chiesa. Il Papa mi ha abbracciato e mi ha detto: Sono con te nella preghiera e nella sofferenza. Poi mi ha riabbracciato e baciato pi volte. Prima che se ne andasse ho sentito di dirgli: Santit, sta facendo tutto bene, vada avanti senza nessuna paura. Lui acconsentiva col capo e ripeteva Grazie, grazie!.

Alla sera di quella stessa giornata, il vescovo ha voluto fargli visita per ringraziarlo del contributo spirituale da lui offerto e della collaborazione preziosissima ed efficiente dei suoi parrocchiani per la riuscita della giornata. E’ opera tua – diceva il vescovo -; io avevo un’idea, ma i tuoi parrocchiani tante, tante di pi… ed venuto fuori tutto questo!.

Il Papa era stato impressionato dall’unit trovata in diocesi e il vescovo l’attribuiva al lavoro di don Cosimino in parrocchia e tra il clero negli anni scorsi.

Ma don Cosimino, pur apprezzando tutte queste realt cos belle, viveva gi in un’altra dimensione. Quando, quattro giorni dopo, gli mostravano le foto del suo incontro col Papa, commentava:

Bello, tanto bello, ma io ora devo vivere l’attimo presente e non devo uscire dall’amore di Dio in cui sono immerso. L’importante ora questo per me, il resto passa.

Date e vi sar dato

Negli ultimi giorni a volte provava il rammarico di essersi lasciato sfuggire qualche lamento durante la malattia invece di offrire con gioia i dolori lancinanti che provava. Qualcuno allora gli ha fatto notare: Ma l’abbiamo fatto noi per te, come tu tante volte l’avevi fatto per noi. Don Cosimino si rasserenava e, pensando alla bellezza e al privilegio di poter vivere con Ges in mezzo, mormorava: S, vero; grazie, grazie.

Poi le sue ultime parole:

Non ce la faccio pi! Dio, Dio-Amore, per te, solo per te!

Era la mattina del 5 luglio 1989.

Nel giorno del suo funerale nella piazza antistante la chiesa parrocchiale erano riunite pi di quattromila persone, tutte raccolte in un silenzio profondo interrotto solo dai canti e dalle preghiere. E nell’omelia il vescovo poteva dire alla folla: Don Cosimino ha dato molto, ma ora dar molto di pi. Si riferiva a quella parola del Vangelo che aveva caratterizzato tutta la vita di don Cosimino: Date e vi sar dato.

Nella folla c’era la serenit tipica di chi vive di fede, anche se ogni tanto affioravano qua e l i segni del dolore e non era raro incontrare qualche emarginato che non riusciva a trattenere le lacrime per la perdita dell’amico. Ma c’era subito qualcuno a confortarlo, perch don Cosimino ha plasmato persone vigilanti nell’amore.

Pubblicato da: brigantedelsud | marzo 9, 2010

Lo stato rinuncia ai beni demaniali

Demanio: spiagge e laghi a Regioni, federalismo allo start

ROMA – Spiagge, laghi, terreni agricoli ma anche aeroporti di interesse regionale: è la ‘fetta’ di demanio che nel giro di qualche mese dovrebbe passare sotto la competenza degli enti locali. Il federalismo parte proprio dal demanio e mercoledì si terrà la prima riunione della Commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale presieduta dall’ex ministro Enrico La Loggia. E’ probabile che si tratterà solo di una riunione organizzativa ma già nel giro di un paio di settimane potrebbe essere esaminato il primo decreto attuativo sul federalismo, il decreto sul cosiddetto federalismo demaniale che deve anche passare il vaglio della Conferenza unificata Stato-Regioni. L’avvio dei lavori della Commissione parlamentare è ormai a ridosso delle elezioni regionali ma non è del tutto escluso che l’esame del primo decreto sul federalismo possa arrivare prima delle urne.

 

Potrà dunque tornare sotto la competenza di Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni gran parte del cosiddetto ‘demanio naturale’. Nella bozza di decreto, già licenziata dal Consiglio dei ministri e ora all’attenzione della Commissione bicamerale e della Conferenza unificata, vengono indicate quattro tipologie di beni: demanio marittimo e relative pertinenze, demanio idrico di interesse regionale o provinciale e relative pertinenze, nonché le opere idrauliche e di bonifica di competenza statale, tutti gli aeroporti di interesse regionale appartenenti al demanio aeronautico civile statale e le relative pertinenze, tutte le miniere e le relative pertinenze, tutte le aree e i fabbricati di proprietà dello Stato che non sono in uso per “comprovate ed effettive finalità istituzionali alle Amministrazioni dello Stato”, come si rileva nella bozza di decreto.

 Finalmente! dopo 149 anni, lo Stato, la repubblica, ci sta restituendo ciò che la monarchia sabauda aveva requisito e sequestrato ai comuni del Sud e del Nord. Gaeta si è attivata tra le prime città d’Italia, e ha già ripreso la Caserma Sant’Angelo, la Villa Reale Borbonica e la Casina Rossa. Altri beni stanno per ritornare alla città martire del risorgimento,beni che furono requisiti dai savoia il 14 febbraio del 1861, al di là della legge sul federalismo fiscale. Questa è una bella notizia per Gaeta e per le città invase  e martoriate dal risorgimento piemontese. Gaeta fu rasa al suolo da 160 mila bombe fatte scaraventare sulla città dal macellaio Cialdini, i morti ammontarono a circa 5000, la città completamente distrutta.

Spiagge dunque, laghi, miniere e terreni agricoli non utilizzati. Ma nel ‘paniere’ che vedrà un trasloco di competenze ci sarebbero anche le caserme, i poligoni, gli osservatori e ogni altro immobile del demanio militare già dismesso dal ministero della Difesa. Il trasferimento dal demanio centrale agli enti locali potrebbe dunque avvenire già nella seconda metà dell’anno. Fari puntati poi su tutti quei beni assoggettati a vincolo storico, artistico ed ambientale che non abbiano una rilevanza nazionale.

 

Pubblicato da: brigantedelsud | febbraio 12, 2010

Gaeta chiede i danni ai Savoia

Gaeta – Affidata la causa di risarcimento danni a casa Savoia E-mail
Scritto da Giovanni Fantasia – Segreteria del Sindaco   

stemma comune corona oro.pngGaeta 12 febbraio 2010 – Raimondi: “no sminuire processo unificazione, ma critici sul metodo” – La delibera consiliare numero 100 del 6 dicembre 2008 avrà un seguito: è stato affidato all’avvocato Pasquale Troncone l’incarico di chiedere il risarcimento danni ai Savoia per i danni provocati dall’assedio di Gaeta nel 1860-61 quantificati in 220 milioni di euro.

L’avvocato Troncone patrocinerà gratuitamente la causa mentre al Comune spetteranno le spese di registrazione della pratica.”

Credo che questa richiesta di risarcimento sia il modo migliore per entrare nell’anno di vigilia del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia che si terrà nel 2011. Il popolo di Gaeta non vuole dimenticare l’assedio più crudele della sua storia che l’ha quasi distrutta completamente – afferma il Sindaco Raimondi – Non si vuole togliere importanza al processo di unificazione del Paese, ma restiamo molto critici sui metodi di una guerra non dichiarata che ha avuto l’infausto epilogo dell’assedio della nostra città. Questa richiesta parte dalla ricognizione fatta dal principe di Carignano, cugino del re, che in una missiva del marzo 1861 dichiarava che la richiesta di 2 milione e 47mila lire di danni subiti dalla città era più che giustificata. Il Comune di Gaeta ha chiesto questi danni fino al 1914: oggi questa Amministrazione dando seguito alla delibera consiliare del 6 dicembre 2008 rialza la testa e vuole rinverdire la gloriosa storia comunale che risale al 1123″.

“Il 13 febbraio deve essere dichiarato Giorno della memoria dell’Italia del Sud, perché il 13 febbraio 1861 ha significato l’inizio della decadenza economica e sociale del Meridione(ovvero la nascita della famigerata Questione Meridionale) e ha dato il via all’esodo biblico di milioni di persone che da 150 anni ad oggi sono costrette ad emigrare in tutto il mondo – aggiunge Raimondi – Sappiamo che qualcuno metterà in dubbio la validità di questa iniziativa, a partire da Emanuele Filiberto di Savoia, ma se si vogliono conservare i titoli nobiliari per farsi chiamare «principe» è quantomeno doveroso assumersi anche gli oneri che tale titolo, che non ha alcuna validità nel nostro Paese, comporta. Ribadisco che non viviamo di nostalgia, ma che anzi questa nostra iniziativa vuole guardare al presente e al futuro di un’Italia repubblicana che ha assolutamente bisogno di riconsiderare anche alcuni aspetti del passato per rafforzare la propria identità nazionale che deve basarsi sulla giustizia e sulla verità storica”.


Pubblicato da: brigantedelsud | febbraio 10, 2010

Le foibe fasciste che vogliono farci dimenticare

Di Antonio Ciano

 

Le Foibe africane che nessuno ricorda
Gli italiani fanno studiare a scuola di essere fieri dei nostri antenati piemontesi e della casta savoiarda, fanno credere loro che sono stati i fautori dell’unità della nazione e che a farla siano stati eroi intrepidi, idealisti, probi, intellettuali di rango. Nelle scuole italiane, ancora oggi si studia di un Risorgimento da incorniciare, si studia delle guerre coloniali come un fatto maestoso a gloria del nostro esercito e della nostra Patria. Sia il Risorgimento che le guerre coloniali sono stati la vergogna della nazione, i politici lo sanno ed anche i nostri storici aulici di regime. Quando si verrà a sapere di quanti scheletri abbiamo negli armadi della storia le loro fortune politiche e cattedratiche finiranno, come finirà il sistema liberal-massonico che ci hanno imposto nel 1861. Un’era nuova si prepara, il sistema imposto da Cavour è alla frutta, l’ultimo di quegli eroi è al governo della cosa pubblica. Dopo aver malversato con le sue aziende si è impadronito del potere mentre una sinistra non gramsciana è allo sbando totale. Tocca al Sud far ritornare le lancette dell’orologio della storia al loro posto. A scuola il Risorgimento viene edulcorato, niente eccidi, niente frodi, niente ruberie, i Savoia incensati come padri della patria, Cavour come grande genio della politica e della diplomazia e Garibaldi eroe dei due mondi.
Le guerre coloniali vengono quasi censurate e viste come conquiste dell’Italia e mai come guerre di aggressione verso popoli fino a quel momento liberi.

Centomila impiccagioni
Lo storico Angelo Del Boca a proposito dice che:”Negli scaffali della ex casa del mutilato a Tripoli ci sono circa 100.000 dossier. In ciascuno di essi c’è la storia di un assassinio politico, di un’impiccagione sommaria, di una deportazione senza ritorno, di un furto di terre, di una confisca, di una mutilazione, di infiniti altri soprusi. 100.000 tragiche storie che vanno dal1911 al 1943. Esse illustrano il calvario di un popolo che è stato, senza alcuna ragione plausibile, aggredito, soggiogato, umiliato, in alcune regioni decimato”. Vorremmo sapere se nelle scuole italiane fanno leggere il libro di Angelo Del Boca; non ci risulta, né fanno studiare il De Sivo e di Gramsci ci dicono solo che era tra i fondatori del Pci. La questione coloniale, la questione meridionale, la questione romana son cose da non dibattere nemmeno. L’Unità, il giornale fondato da Antonio Gramsci, rinnovato sia nella forma che nei contenuti, il cui direttore Furio Colombo conoscendo a menadito la vera storia d’Italia, da qualche tempo si sta adoperando nel ricordare agli italiani cosa fu l’epopea fascista e savoiarda. Noi ringraziamo perché il male dell’Italia sta tutto scritto in quelle pagine. In un articolo di Gianni Lannes troviamo conferma a ciò che andiamo dicendo da anni:”E non sono in molti a conoscere la storia delle deportazioni dei libici nelle isole italiane: Ustica, Tremiti, Ponza, Favignana; o nei penitenziari di Caserta e Gaeta. È un capitolo sulla banalità del male( dell’Italia postrisorgimentale) che precede quello nazista e segue l’istituzione dei campi di concentramento sabaudi in Piemonte e in Lombardia per i soldati borbonici che non si erano sottomessi ai Savoia…”.

Migliaia di esecuzioni sommarie
Gianni Lanes, impietosamente così continua il suo magistrale articolo:”…In Libia, alla rivoluzione di Sciara Sciat, il governo Giolitti e il generale Caneva reagirono con una durissima rappresaglia: migliaia di esecuzioni sommarie e deportazioni di massa. Ufficialmente furono oltre 3 mila i libici segregati nel Belpaese e nessuno ne ha fatto ritorno a casa ( in realtà, la cifra è almeno 10 volte superiore). Quanti furono i morti? Quanti annientamenti per sempre nello spirito e nel corpo? Quanti lasciati impazzire dal dolore e dalla nostalgia? Le vittime non vennero mai registrate: morti di nessuno.

Anche ad Ustica giunsero gli echi di quella carneficina coloniale apparentemente lontana. Il 29 ottobre del 1911 un piroscafo proveniente dalla Libia gettava l’ancora nella minuscola isola mediterranea. A bordo 920 uomini laceri e malandati- il primo carico umano a perdere- , gli occhi saturi d’orrore, con i corpi piagati dalle ferite inferte a base di torture e sevizie, scarniti dalla fame, vittime spesso senza colpa. Angelina Natale ha 101 anni ed è la persona più anziana di Ustica, l’unica a ricordare quel macabro giorno autunnale di 90 anni fa, quando sulla spiaggia sbarcarono i primi deportati libici con le catene ai piedi. L’anziana parla lentamente, a fatica, centellinando le parole:”Li accatastarono nei cameroni. Non c’erano letti e neppure materassi. Non avevano niente. Buttati per terra come immondizia. Alla mattina passava l’ispezione e trovavano i morti”.

Alle Tremiti, prima I nemici borbonici, poi…
Morivano come mosche i prigionieri africani nel giardino d’Europa, lontano dalla loro terra, falcidiati dagli stenti e dalle epidemie. Il più delle volte di loro non si conosceva neanche il nome. 130 morirono tra la fine del 1911 e i primi mesi del 1912. Altri 142 tra il 1915 e il 1916, quando sbarcarono altri connazionali. Alle Tremiti con decreto reale del 13 dicembre del 1863 furono dapprima relegati gli irriducibili nemici borbonici ( ma come erano bravi questi fratelli d’Italia! nda ). Nell’ottobre del 1911 arrivarono circa 500 libici dell’isola di San Nicola. Morirono tutti nel giro di pochi mesi. L’unico parlamentare che ebbe il coraggio di protestare- presentò pure un’interrogazione – fu un autentico socialista, l’avvocato Leone Meucci di San Severo delle Puglie ( uno dei più combattivi legali di Sacco e Vanzetti che Mussolini premiò con il confino). ( Gianni Lanes, l’Unità, mercoledì 14 novembre 2001, pag. 29)

Queste atrocità sono ricordate da Gaetano Carducci, di 86 anni che ricorda all’autore di questo articolo di storia patria che:” I libici morivano 10-12 al giorno..”. A Gaeta, Vincenzo Riccio, classe 1909, suocero dello scrivente ricordava lucidamente che i libici:” Venivano trattati peggio dei nostri compatrioti dopo l’unità d’Italia, come briganti. A volte li facevano uscire dalle celle del carcere e li mandavano, scarniti, a spalare il carbone che veniva sbarcato dalle navi”.

Abbiamo sempre criticato i tedeschi, abbiamo sempre saputo delle atrocità dei nazisti, dei lager di Aushwitz o di Buchenvald, delle Foibe slave, dei morti di Porzus, di Katin, di stragi ed eccidi riguardanti altri eserciti, degli italiani quasi niente. Italiani brava gente, italiani che portano la civiltà nel mondo arabo dove c’erano solo datteri e banane, il regime fascista ricordato come tutore della romanità, come chi portò strade e quant’altro in Libia, in Eritrea e in Etiopia. Perché? Lo chiediamo ai nostri politici di destra e di sinistra, perché? Perché si continua a far studiare ai nostri figli la leggenda risorgimentale? Perché non si dice la verità sul fascismo? Perché non si dice la verità sui crimini e le stragi dei Savoia nel Sud del Belpaese, nei Balcani, in Grecia e in Africa? Oggi ci ritroviamo al potere sindaci imbecilli che ricordano quegli assassini intitolando loro strade e piazze, rimangiandosi ciò che la Costituzione antifascista e repubblicana aborrisce. A Palmanova, il sindaco Alcide Muradore di Alleanza Nazionale, il partito di Fini, ha fatto restaurare sulla facciata delle scuole elementari la scritta “Credere-obbedire-combattere”. Il sindaco di AN di Muggia Lorenzo Gasperini ha annotato di suo pugno, ai bordi di un documento la scritta”Ebrei tirchi”. Il nuovo sindaco di Trieste, Roberto Di Piazza, sempre di AN, ha fatto collocare nella galleria comunale il ritratto del podestà fascista Cesare Pagnini, deportatore di ebrei. All’Aquila il sindaco di centro-destra Biagio Tempesta ha dedicato la nuova piscina comunale ad Adelchi Serena, ex podestà e segretario del Partito fascista. A Bari, il sindaco Simeone Di Cagno Abbrescia e l’attuale vicepresidente del Consiglio dei ministri Gianfranco Fini hanno inaugurato il busto di Araldo di Crollalanza, podestà di Bari e commissario della Camera durante Salò. In Sicilia il sindaco di Tremestieri Etneo, Guido Costa ha dedicato una strada a Benito Mussolini. Un altro campione, servo delle ideologie nordiste, cioè il sindaco di Ragusa, Domenico Arezzo, di AN vuole erigere un monumento a Filippo Pennavaria, fascista locale, ritenuto liberatore di Ragusa, che negli anni ’20 era a stragrande maggioranza di sinistra; dice l’Unità del 27 ottobre del 2001 che ” tra i fatti salienti della sua vita, c’è l’uccisione di una sessantina di antifascisti”.Il sindaco di Latina Aimone Finestra di AN ha fatto ripristinare la scritta di una frase del Duce, l’avevano sradicata gli abitanti della provincia appena caduto il fascismo. Il Duce aveva dato quelle terre fertilissime ai nordici del Friuli, del Veneto e dell’Emila Romagna mentre loro, gente del luogo, erano costretti a emigrare. Sempre il sindaco di Latina, sempre quell’Aimone Finestra ha voluto magnificare suo Fratello bersagliere con un monumento.

Il fascismo è ideologia che viene dalle nebbie padane, voluto dagli industriali e dai latifondisti di quelle lande da sempre serve di qualcuno, voluto da Casa Savoia per inaridire il progresso della classe lavoratrice tutta e finchè a ricordare quella piaga e quel cancro sono i sindaci padani e sia, ma quando a farlo sono i sindaci del Sud, allora c’è da riflettere. I servi e i lacchè sono sempre esistiti. Un giorno quei monumenti inneggianti al fascismo e ai padri della patria padana saranno cancellati per sempre dalle strade del Sud. Al loro posto saranno ricordati i nostri eroi del passato, i nostri contadini morti e trattati da briganti da quei miserabili dei fratelli d’Italia, la storia vera sarà insegnata nelle nostre scuole, quei sindaci immortalati come traditori, servi e lacchè del Nord fascista, liberale e massonico che ha distrutto la nostra identità di popolo. I libri di storia riscritti.

Ma torniamo alle faccende “italiane” in Africa. Molti dovevano essere gli obblighi dei governi italiani verso i paesi africani assoggettati. “C’è un altro obbligo che è stato eluso, ed è quello morale – scrive Angelo Del Boca – L’obbligo di riconoscere, nella maniera più netta, inequivocabile, che l’Italia giolittiana e fascista si è macchiata in Libia di crimini gravissimi. Gianni Lanes continua il suo articolo dicendo che:”…nessun criminale di guerra del Belpaese, da Ravalli a Badoglio, da De Bono a Graziani, da Roatta a Robotti ( per citare solo i più noti), è mai stato punito per le atrocità commesse”.( l’Unità, 14 novembre 2001, pag.29)

Gli italiani non devono sapere
In Italia spesso abbiamo assistito a censure di films, tagli di parti essenziali, tagli di scene d’amore ritenute non consone alla maturità degli italiani, ricordiamo il film “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti; ” Il Gattopardo “, sempre di Luchino Visconti, censurato nelle scene politiche dalla parte dei Borbone. Tantissimi sono stati i films censurati. La gente ignara però non sa che molti films sono censurati dalle case distributrici “per ordine superiore” o censurati direttamente dallo Stato in quanto gli italiani, semplicemente, non devono sapere. Abbiamo assistito a film come “Platoon”, come ” Apocalisse Now ” sulla guerra imperialista americana, abbiamo assistito a film come ” Soldato blu” e ” Piccolo grande uomo” contro l’esercito americano e le stragi perpetrate dai suoi generali. Gli italiani però non possono vedere o quasi film contro i garibaldini sul massacro di Bronte come quello di Florestano Vancini ” Bronte “, oppure l’ultimo di Pasquale Squitieri ” E li chiamarono Briganti” un carme contro il Risorgimento, contro l’esercito del generale Cialdini ritenuto assassino nel Sud per le porcherie commesse dalla sua truppa. In questi casi le case di distribuzione, forse per far piacere ai politici di turno li boicottano. In Germania, che pure non è tanto critica col suo passato nazista vedono nelle sale ” Scindler’s list”, a noi italiani ci è stato negato di vedere un film crudo e veritiero nei minimi dettagli, trattasi di ” Omar Mukhtar” il leone del deserto” con Anthony Quin, Gastone Moschin, Raf Vallone che racconta la storia dei partigiani libici scannati dall’esercito savoiardo. Il liberale Raffaele Costa rispose ad una interpellanza parlamentare dicendo che “Il film non poteva essere proiettato sugli schermi italiani perché offendeva il nostro esercito”. Costa, di formazione piemontese, liberale e colonialista, non sa che quello non era un esercito italiano, quello era un esercito fascista e savoiardo e gli italiani veri si sentono offesi dalle gesta di quegli assassini difesi ancora oggi dalla casta militare e politica del nostro Paese. Raffaele Costa e altri come lui non sanno di sedere in un parlamento repubblicano, nato in libertà, sulle ceneri del fascismo e di Casa Savoia. Continuate pure e non far conoscere le sconcezze di quegli assassini e di quell’esercito che non ci appartengono, ci stiamo pensando noi, ormai siamo in molti a farlo, la vostra fine politica è segnata, un nuovo Stato sorgerà sulle ceneri di questo, una vera repubblica antifascista e anti savoiarda sarà consegnata agli italiani. Una nuova classe politica si sta delineando, vi è un Sud vivo, vi è un Sud che conosce il suo male, da dove è venuto, da chi è stato massacrato. Il riscatto del Sud e quello della vera Italia è alle porte. È solo questione di tempo. Il film in questione racconta:” … come il generale Graziani interpretò – campi di concentramento, sterminio chimico – gli ordini di Mussolini. Nel dicembre del 1928 viene nominato governatore unico delle colonie il generale Pietro Badoglio che mette in chiaro le sue intenzioni:”Nessun ribelle avrà pace: né lui, né la sua famiglia, né i suoi arredi, né i suoi armenti. Distruggerò tutto, uomini e cose ” (Gianni Lanes, l’Unità, mercoledì 14 novembre, 2001, pag 29)

Omar Muhktar
Amici libici, fratelli del Mediterraneo, Omar Muhktar, il leone del deserto è anche il nostro eroe, dovete sapere che quegli assassini dell’esercito piemontese che l’on. Raffaele Costa, e quelli come lui si sono affannati a chiamare italiano, erano i nostri nemici: scannarono oltre un milione di meridionali nel 1860 e dintorni. Le parole di Badoglio ricalcano pari pari quelle del massacratore della mia città Enrico Cialdini e di altri come lui, tutti assassini, tutti criminali di guerra. Noi, veri italiani, vi chiediamo scusa a nome loro visto che non hanno nemmeno il coraggio di chiederle ai loro fratelli meridionali.

In Libia come nel 1860 contro i meridionali
Nel 1860 i generali piemontesi scannarono i nostri partigiani, i loro familiari, donne e bambini, senza pietà alcuna in quella che fu la prima guerra coloniale piemontese. Nel 1928 l’esercito fascista e savoiardo riprese a spese dei libici ciò che aveva sperimentato sui nostri avi chiamati briganti perchè combattevano per la loro patria e per la chiesa cattolica. “…con tremila uomini , a volte ridotti a mille, con 2600 fucili antiquati, Omar affronta 20 mila nemici dotati di mezzi più moderni: aerei, autoblindo, mitragliatrici, cannoni, radio, ordigni chimici. Il “Leone del deserto” colpisce, poi si ritira, svanisce nel nulla da buon partigiano…fedele alla propria fama, Graziani introduce la pena di morte mediante impiccagione per il reato di semplice connivenza con i ribelli ( proprio come con i manutengoli dei partigiani del Sud chiamati briganti, nda.).

Cinquantamila impiccati
Ma non basta, ed ecco l’atroce soluzione per spezzare i legami tra la popolazione civile ed i guerriglieri: tutti gli abitanti del Gebel, 100 mila persone, un ottavo dell’intera popolazione libica. Vecchi, bambini e donne vengono deportati ed internati in 15 campi di concentramento – famigerati lager col vessillo tricolore di Soluch, Sidi Ahmed, El Magrun – i loro beni espropriati, i villaggi distrutti. Nelle lunghe, terribili marce a cui vengono costretti gli arabi a partire dal giugno 1930, chi non ce la fa o semplicemente si attarda viene immediatamente ucciso. ” non furono ammessi ritardi durante le tappe – si legge in una relazione riservata dell’Asmai ( governo italiano). Chi indugiava veniva passato immediatamente per le armi. Tutti quelli che cadono a terra sfiniti o che arrancano a fatica vengono abbattuti dai “valorosi” soldati italiani ( ma che noi ci rifiutiamo di chiamarli tali, erano fascisti e savoiardi, nda). È la marcia di 110 chilometri per i Marmarici e gli Abeidat. Le deportazioni in ristrette aree desertiche della Sistica, durano tre anni, nei quali i libici vengono decimati dalla fame, dalla fatica del lavoro forzato, dalle malattie. Nei campi di concentramento circondati da filo spinato e mantenuti sotto il tiro delle armi da fuoco, chi è sospettato di connivenza viene impiccato, spesso insieme alla propria famiglia, bambini compresi. Alla fine saranno 50 mila a non sopravvivere…

Non si esita ad usare gas micidiali
…le forze del ribelle Omarsi assottigliano sempre più. L’esercito a guida fascista pur di aver ragione della resistenza libica non esita ad usare i micidiali gas ( proibiti dalla Convenzione di Ginevra del 1925 ). Un dispaccio del governatore Badoglio al vice governatore Sicciliani del 10 gennaio 1930 ordina senza mezzi termini: “Continui rastrellamenti…Per Omar al-Muhktar occorre una buona sorpresa con aviazione e con bombe iprite”. Ordigni all’iprite e al fosgene – aggressivi chimici fabbricati a Bussi sul Tirino (Abruzzi), Rho ( Lombardia) e Foggia ( Puglia )…”

( Gianni Lanes, l’Unità, mercoledì 14 novembre, 2001, pag. 29)

Eccidio di Debre Libanos in Etiopia
Il 19 febbraio del 1937, il Vicerè d’Etiopia Rodolfo Graziani volle essere magnanimo con le popolazioni abissine. Per ingraziarsele e per compiere un gesto di grande generosità decise di far distribuire ai poveri della città la somma di 5 mila talleri. Graziani – dice lo storico Anngelo Del Boca- voleva festeggiare la nascita di Umberto, principe ereditario di casa Savoia, la cerimonia si svolse sui gradini del piccolo Ghebì, la vecchia residenza di Hailè Selassiè, oggi sede dell’Università di Addis Abeba. Due giovani eritrei, ma forse erano più di due, mischiati tra la folla dei mendicanti, lanciarono diverse bombe a mano contro Graziani. Le vittime furono sette, ma il vicerè fu solo ferito.

La vendetta fascista fu immediata. Mussolini ordinò “un radicale ripulisti” ed il federale di Addis Abeba, “Guido Cortese, scatenò una bestiale rappresaglia. Dice Del Boca che:”Per tre giorni soldati italiani ( scusaci Angelo, non erano italiani quei soldati, erano fascisti e savoiardi), bande armate di fascisti, ascari eritrei ebbero mano libera. Rastrellarono i quartieri poveri della città: bruciarono i tucul con la benzina, usarono bombe a mano contro chi cercava di sfuggire ai roghi”. Tutto ciò che era dei poveri veniva eliminato: capanne, casupole, bestiame, beni. Perfino la chiesa di San Giorgio venne incendiata alla presenza del Cortese. Del Boca indica in seimila i morti ma gli etiopi ci fanno sapere che furono almeno 30 mila. Leggiamo sul sito internet del comune di Filettino, paese di nascita di Graziani che il massacro fu senza fine, il vicerè decise di eliminare tutta l’intellighentia etiopica e che”…i tribunali militari diventarono macchine di morte. Tra febbraio e giugno furono fucilati alti funzionari governativi, notabili del Negus, intellettuali, giovani etiopici che avevano studiato all’estero. A marzo Graziani ordinò lo sterminio degli indovini e dei cantastorie che stavano annunciando, nelle loro profezie, la fine dell’occupazione italiana. Il comandante dei carabinieri in Etiopia, Azolino Hazon, tenne una tragica contabilità:annotò nella sua contabilità che i soli carabinieri avevano passato per le armi 2509 indigeni. Non è finita. Gaziani- rivela Del Boca – vuole catturare i due attentatori. Avendo avuto notizie dai servizi segreti che i due terroristi si sarebbero addestrati nella città sacra di Debre Libanos, Graziani non ebbe esitazione alcuna, ordinò al generale Maletti di occupare il monastero più importante d’Etiopia. Debre Libanos, città conventuale, due chiese in muratura, tremila tucul, centro della religione copta, nel centro della regione dello Shoa è destinata al martirio dal vicerè fascista. Graziani ordina una feroce repressione- osserva Del Boca – un’autentica razzia. Vuol far sparire la città sacra dei copti, vuole distruggere il vaticano degli etiopi.Il generale Maletti è un esecutore zelante: nella sua marcia verso Debre Libanos brucia 115.422 tucul, 3 chiese, 1 convento e uccide 2.523 etiopici. Una contabilità da macabro ragioniere. Maletti occupò Debre Libanos il 19 maggio del 1937 e subito dopo ricevette un messaggio da Graziani” Abbiamo le prove della colpevolezza dei monaci, li passi per le armi tutti, compreso il vicepriore”

Chi ci ha fatto conoscere nei minimi particolari quello che accadde a Debre Libanos sono gli storici Campbell e Sadik: hanno studiato i fatti, raccolto testimonianze, hanno ascoltato i racconti dei superstiti, hanno soggiornato a lungo nel convento in questione. Leggiamo sul sito internet del comune di Filettino che:”..I giovani, i monaci, i diaconi di Debre Libanos furono portati dagli uomini di Maletti in uno stretto vallone a venti chilometri dalla città. E’ la gola di Zega Weden. I monaci vennero spinti sull’orlo del crepaccio, schierati su una fila con alle spalle i precipizi. Vennero uccisi a colpi di mitragliatrice. Erano troppi per i fucili delle truppe italiane ( no, cari Sadik e Campbell, quelle truppe non erano italiane, l’Italia è nata il 2 giugno del 1946, quelle truppe erano fasciste e savoiarde). Via via che cadevano, gli ascari al servizio dell’esercito cosiddetto italiano gettavano i corpi nel crepaccio. Un ragazzo di 14 anni scampò a quel genocidio fingendosi morto: ha raccontato i fatti ai due storici che scesi tra la rocce del crepaccio di Zega Weden han trovato le ossa e le prove di detto eccidio. I generali dovrebbero essere adusi a fare le guerre e a vincerle, quelli dell’esercito cosiddetto “italiano”, lo dimostra la storia, erano capaci solo ad uccidere vecchi, bambini, monaci, preti, donne e uomini inermi. Per vincere in Etiopia l’esercito fascista usò i gas nervini. Graziani disse che quello di Debre Libanos fu “…un romano esempio di pronto e inflessibile rigore” e da buon criminale di guerra si è addossato tutte le responsabilità di quel massacro. I monaci e i ragazzi morti in quel massacro furono circa 1600.

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